Messa quotidiana

Santa Messa 27-2-22

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anno C

La Parola che ci Contesta e ci GuidaPer il cristianesimo la morale non è autonoma, non si giustifica da sé, ma trova il suo fondamento nella risposta al Vangelo.
Le esigenze morali di una vita conforme al Vangelo sono espresse in una serie di detti del Signore che Matteo ha radunato nel discorso della montagna e Luca nel discorso «del piano».

Una parola che giudica e chiama alla conversione

Dobbiamo leggerli innanzi tutto come il giudizio di Dio su di noi: avvertiamo subito che essi esigono da noi un cambiamento radicale; non ci è richiesto di comportarci diversamente in questo o in quel particolare settore, ma di ri-orientare la profondità della persona alle sorgenti stesse dell’agire. Ogni precetto particolare mette in questione tutta la vita; rivela la forza incondizionata delle esigenze divine; di fronte ad essi non possiamo compiacerci di noi stessi; ci permettono di misurare quanto sia distante ciò che di meglio possiamo fare da quanto Dio ci domanda. Sono la vera norma «oggettiva» su cui misurarci. Per questo sono l’appello ad una continua conversione.

Appello ad un esodo continuo

I precetti del Signore acquistano inoltre un nuovo aspetto: diventano le «indicazioni di marcia» nel cammino che dobbiamo percorrere. Da questo punto di vista gli insegnamenti morali di Gesù differiscono nettamente dalla maggior parte dell’insegnamento rabbinico del tempo, che mirava soprattutto a fornire un quadro completo di regole e prescrizioni, in modo che l’individuo sapesse come conformare la propria condotta, in qualsiasi situazione si trovasse, alla legge di Dio.
Gli insegnamenti morali di Gesù invece non sono per lo più norme immediatamente applicabili, anzi hanno quasi sempre una formulazione paradossale.
Ora se presentano l’aspetto di paradosso è perché sono strettamente connessi con la risposta all’annuncio nella fede. Essi ci spingono a prendere coscienza della originalità di una scelta che non corrisponde al procedere spontaneo dell’uomo.
La scelta di fede non è una scelta qualunque; essa non offre da sola nessuna sicurezza tranne quella di Dio. Se è vero che una certa condotta morale è segno della fede, bisogna anche dire che nessuna ne è il segno «adeguato».
L’uomo, quando opta per la fede, non scorge davanti a sé un itinerario interamente tracciato. E’ tutto da scoprire, a poco a poco, nella sequenza degli avvenimenti e nella monotonia di tutti i giorni. La scelta di fede non è una scelta fatta una volta per sempre. L’in­segnamento morale di Gesù è un insegnamento «aperto»,  dinamico, che immette l’uomo in un cammino che dovrà terminare solo al «ritorno di Cristo». Ad ogni passo il credente è invitato ad una conversione inaspettata e il cammino prosegue fino al prossimo bivio, da cui bisognerà ripartire nuovamente.
Tuttavia i precetti di Gesù, sebbene paradossali, sono ben lontani dall’essere semplicemente delle generiche prescrizioni o delle esagerazioni espresse in forma iperbolica unicamente per stimolare la riflessione. Il loro tono è invece «autoritativo»,  accompagnato molte volte da ammonimenti in modo da far capire che devono essere presi assolutamente sul serio perché dalla loro accettazione dipende il significato della vita stessa. Si tratta di una scelta radicale.

Una legge scritta nel cuore
La legge di Cristo determina «dal di dentro» l’attività morale. I suoi precetti scuotono la coscienza, mutano il corso dei pensieri e danno un tale impulso alla volontà che ne scaturisce l’azione. Nella misura in cui noi corrispondiamo a tali mozioni, cercando di tener sempre desti nella nostra riflessione i comandamenti e non tanto come oggetti da contemplarsi ma come stimoli per l’azione, si forma in noi un certo modo di considerare la vita, una certa mentalità, un certo criterio di valutazione nuovo.
I precetti non debbono essere trasferiti dalla lettera scritta all’azione. Essi debbono inserirsi attraverso la riflessione e l’impegno personale nella nostra concezione generale di vita, nella nostra mentalità.
Allora potranno concretizzarsi in azioni che siano in armonia con le situazioni mutevoli in cui veniamo a trovarci. Questo è il significato di «legge scritta nel cuore».
«Vocazione regale dell’uomo — si legge nel Catechismo degli adulti — è farsi capace di interpretare il disegno di Dio — questa legge fondamentale che collega il divenire del creato e soprattutto del mondo umano — per condurre ogni cosa a quella misura ideale che è segnata dalla mano del Creatore…».

L’uomo semplice e retto, timorato di Dio

Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 1, 2. 36; PL 75, 529-530. 543-544)

C’è un genere di semplicità che meglio sarebbe chiamare ignoranza. Essa consiste nel non sapere neppure che cosa sia rettitudine. Molti abbandonano l’innocenza della vera semplicità, proprio perché non sanno elevarsi alla virtù e all’onestà. Poiché sono privi della vera prudenza che consiste nella vita buona, la loro semplicità non sarà mai sinonimo di innocenza.
Perciò Paolo ammonisce i discepoli: «Voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male» (Rm 10, 19). E soggiunge: «Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia (1 Cor 14, 20).
Per questo anche la stessa Verità ingiunge ai discepoli: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10, 16). Ha unito necessariamente l’una e l’altra cosa nel suo ammonimento, in modo che l’astuzia del serpente ammaestri la semplicità della colomba, e la semplicità della colomba moderi l’astuzia del serpente.
Per questo lo Spirito Santo ha manifestato la sua presenza agli uomini sotto forma non soltanto di colomba, ma anche di fuoco. Nella colomba viene indicata la semplicità, nel fuoco l’entusiasmo per il bene. Si mostra nella forma di colomba e nel fuoco perché quanti sono ricolmi di lui, praticano una forma tale di mitezza e di semplicità da infiammarsi d’entusiasmo per le cose sante e belle e di odio per il male.
«Uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male» (Gb 1, 1). Chiunque tende alla patria eterna vive indubbiamente con semplicità e rettitudine: è semplice cioè nell’operare, retto nella fede; semplice nel bene materiale che compie, retto nei beni spirituali che percepisce nel suo intimo. Vi sono infatti certuni che non sono semplici nel bene che fanno, poiché ricercano in esso non la ricompensa all’interno, ma il plauso all’esterno. Perciò ha detto bene un sapiente: «Guai al peccatore che cammina su due strade!» (Sir 2,12). Ora il peccatore cammina su due strade, quando compie quello che è di Dio, ma desidera e cerca quello che è del mondo.
Bene anche è detto: «Temeva Dio ed era alieno dal male»; perché la santa Chiesa degli eletti intraprende nel timore le strade della sua semplicità e rettitudine, ma le conduce a termine nella carità. Uno si allontana completamente dal male, quando per amore di Dio comincia a non voler più peccare. Se invece fa ancora il bene per timore, non si è del tutto allontanato dal male; e pecca per questo, perché sarebbe disposto a peccare, se lo potesse fare impunemente.
Perciò quando si dice che Giobbe teme Dio, giustamente è detto anche che si teneva lontano dal male, poiché mentre la carità sostituisce il timore, la colpa che viene abbandonata dalla coscienza, viene pure calpestata dal proposito della volontà.


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Sir 27,4-7
Non lodare un uomo prima che abbia parlato.

Dal libro del Siracide
Quando si agita un vaglio, restano i rifiuti;
così quando un uomo riflette, gli appaiono i suoi difetti.
La fornace prova gli oggetti del vasaio,
la prova dell’uomo si ha nella sua conversazione.
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero,
così la parola rivela il sentimento dell’uomo.
Non lodare un uomo prima che abbia parlato,
poiché questa è la prova degli uomini.

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 91
E’ bello cantare il tuo nome, Signore.

E’ bello annunziare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte,
Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie,
esulto per l’opera delle tue mani.

Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno vegeti e rigogliosi,
per annunziare quanto è retto il Signore:
mia roccia, in lui non c’è ingiustizia.

Seconda Lettura
  1 Cor 15,54-58
Dio ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”.
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Canto al Vangelo 
  Cf At 16,14b
Alleluia, alleluia.

Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del Figlio tuo.

Oppure:  Fil 2,15d-16a
Splendete come astri nel mondo,
tenendo alta la parola della vita.
Alleluia.

  
Vangelo
  Lc 6,39-45

La bocca parla della pienezza del cuore.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».