Messa quotidiana

Santa Messa 18-6-23

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno A

Un popolo di sacerdoti

Una parola-chiave unifica le letture di questa domenica: «popolo di sacerdoti» (prima lettura). L’autore immagina il popolo di Israele nella compagine delle altre nazioni, come era la tribù sacerdotale nel popolo eletto. Tutte le tribù appartengono a Dio, ma solo i sacerdoti si avvicinano a lui. Così tutta l’umanità è proprietà di Dio, ma solo il popolo eletto può incontrano nella liturgia e nella Parola, stare davanti a lui come rappresentante di tutta l’umanità ed essere «segno» ai popoli dei voleri divini.
Gli avvenimenti dell’Esodo e del Sinai servono soprattutto alla «elezione» del popolo e comportano una separazione (v. 5), che si attua in un particolare stile di vita che aiuta a testimoniare il disegno di Dio nell’uomo. Questa consacrazione non isola il popolo, ma ne fa un «segno» dell’umanità davanti al Signore, e un testimone del Signore davanti alle nazioni.

L’inizio di un popolo nuovo
Nel vangelo vengono presentati gli inizi del nuovo «popolo sacerdotale». Gli apostoli, eletti e chiamati direttamente da Gesù, sono i fondamenti di questo popolo che si raccoglie attorno al nuovo Mosè. Questo popolo non è soltanto «segno» e depositario della nuova alleanza fra Dio e l’umanità, ma è un popolo di « missionari », di «annunciatori».
Come fa a riguardo dei pescatori chiamati a diventare pescatori di uomini, Cristo invita i mietitori di grano a diventare mietitori spirituali. Il dinamismo missionario e il servizio attivo dell’annuncio sono le caratteristiche del nuovo popolo.
Diversamente dai rabbini del suo tempo, che si circondavano di alcuni discepoli in una scuola o alla porta della città, Gesù vuol essere un «rabbi» itinerante. Non si tratta di aspettare che gli ascoltatori vengano a lui, bisogna andare loro incontro e avvicinarli nella loro situazione di vita.
Cristo non è, dunque, come i sacerdoti del tempio che ricevono materia di sacrificio e danaro dai fedeli, senza occuparsi della loro salvezza. Non è neppure come i farisei che si occupano prevalentemente delle élites. Egli va alle «pecore smarrite» di Israele:
smarrite e trascurate. La missione per ora riguarda solo le pecore di Israele. GesĂą non va, per ora, direttamente verso i pagani e i samaritani, ma con la sua morte e risurrezione il suo annuncio e la sua azione si estenderanno alle dimensioni dei mondo.

La Chiesa comunitĂ  sacerdotale
Questo popolo ha per capo Cristo, ha per condizione la dignità e libertà dei figli di Dio nei cuori dei quali dimora lo Spirito Santo, ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati, ha per fine il Regno di Dio da dilatare sulla terra; è per tutta l’umanità un germe di unità, di speranza, di salvezza; è strumento di redenzione per tutti e cammina verso la città futura; è sacramento visibile di questa unità di salvezza (cf LG 9b).
Il nuovo «popolo sacerdotale», la Chiesa, non è un’entità separata dal mondo, chiusa in se stessa. Chiesa e mondo s’intersecano a vicenda. La Chiesa esiste nel mondo e vi svolge la sua missione e il mondo non può raggiungere la sua piena realizzazione se la Chiesa non lo fermenta con lo Spirito del vangelo. «I cristiani — si dice nella lettera a Diogneto — sono l’anima dei mondo». Ora il senso della Chiesa è quello di condurre il mondo a Dio, quello di essere la via d’accesso verso l’incontro con Dio. Per questo «quando la Chiesa prende coscienza di sé, diventa missionaria» (Paolo VI) e si fa dialogo con il mondo.
Più che una «cittadella fortificata», posta sopra il monte, dalla quale i cristiani fanno ogni tanto una sortita per dimostrare che sono ancora vivi e attivi, la Chiesa è fermento, che penetra il mondo dal di dentro; è come il sale disperso nella massa che la pervade della sua virtù, e la prepara all’incontro con Dio. La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, resa vigilante dall’esame di coscienza del Concilio, scruta i segni dei tempi e si sforza di interpretarli alla luce del Vangelo, per cogliere ogni occasione perché la grazia non passi invano.

Il cristiano anima del mondo
Ma non solo la Chiesa nel suo complesso è missionaria: ogni cristiano, giustificato da Cristo (seconda lettura), è chiamato a collaborare, nella vita presente, alla costruzione del Regno. Lui è segno che deve risplendere agli occhi di tutti; è «mandato» ad annunciare la Parola, è «responsabile» della Parola (RdC 2). Deve portare nell’ambiente in cui vive e opera quel calore e impegno che Cristo ha portato, così da riconoscere Cristo in chiunque e in qualunque modo ha bisogno del nostro interessamento.

La preghiera prorompa da un cuore umile

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 4-6; CSEL 3, 268-270)

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sĂ© silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. E` infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestĂ  penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l’uomo si sarĂ  nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23, 23-24). E ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15, 3).
E allorchĂ© ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, nĂ© pronunziare con rumorosa loquacitĂ  una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l’attenzione di Dio, perchĂ© egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «PerchĂ© mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9, 4). E un altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2, 23).
Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in sé la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l`ascolto il Signore (cfr. 1 Sam 1, 13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4, 5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza (cfr. Bar 6, 5).
Pertanto, fratelli dilettissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l’aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perchĂ© pregava nel modo giusto, perchĂ© non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Es 19, 2-6a
Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 99
Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltĂ  di generazione in generazione.

Seconda Lettura   Rm 5, 6-11
Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto piĂą saremo salvati mediante la sua vita.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Canto al Vangelo   Mc 1,15
Alleluia, alleluia.

Il regno dei cieli è vicino:
convertitevi e credete al Vangelo.
Alleluia.

   
Vangelo
  Mt 9, 36 – 10, 8

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

Dal vangelo secondo Matteo.
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».