Messa quotidiana

Omelia 14-6-15

 

 

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B

Il seme che cresce

I due brani di Ezechiele e di Marco sono tra loro strettamente legati sia per le immagini che adoperano (quella della crescita, della pianta e del seme) come per il tema dottrinale: crescita­colosa del regno di Dio e sua estensione senza limiti.

 La crescita nascosta e spontanea
Per comprendere la parabola del seme che cresce nascostamente dobbiamo riportarci al tempo di nostro Signore. Allora la tecnica moderna di incrementare la crescita e la produzione attraverso mezzi chimici e meccanici era del tutto sconosciuta. Quasi tutto era lasciato alla fertilità del suolo, il quale spontaneamente faceva crescere la pianticella e il frutto. È interessante notare che, dei quattro versetti che compongono la parabola, tre sono spesi per descrivere il processo misterioso della crescita: il seme cresce e si sviluppa senza che l’uomo intervenga in qualsiasi maniera. Che dorma o che vegli, il risultato rimane invariato.
Sembra questo il punto focale dal quale collocarci per comprendere non solo questa parabola, ma anche quella analoga del granello di senapa. Gesù vuoi dare una risposta alle idee e alle aspettative messianiche degli Ebrei del suo tempo. C’erano i Farisei, i quali pensavano che si potesse affrettare l’avvento del Regno con la penitenza, con i digiuni, con l’osservanza, in genere, della Legge e delle tradizioni; c’erano gli Zeloti, che cercavano di impiantare il Regno ricorrendo alla violenza e alla resistenza armata contro i conquistatori romani; c’erano infine gli Apocalittici, che erano con­vinti di poter stabilire con precisione, attraverso i loro calcoli caba­listici, l’ora e il luogo della gloriosa manifestazione del Messia. Gesù corregge queste varie attese e afferma solennemente che il Regno è opera di Dio e non degli uomini. Entrambe le parabole, infatti, mettono in chiara evidenza la inadeguatezza e l’assoluta irrilevanza degli strumenti umani, che Dio usa per realizzare il suo Regno. Siamo nella stessa ottica di san Paolo, quando afferma cate­goricamente: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere»  (7  Cor 3,6).  In altri  termini  la  prima  lettura  si colloca in questa prospettiva della libera e piena iniziativa di Dio: «Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore…».

 L’iniziativa è di Dio
Se da un punto di vista teologico le due letture sottolineano la libera e pienamente gratuita iniziativa di Dio nell’avvento del suo Regno, sul piano operativo esse richiamano il cristiano ad alcuni atteggiamenti fondamentali del suo agire.
È innegabile che nel recente passato c’è stata in molti una tendenza ad interpretare queste parabole di Gesù in una chiave un po’ trionfalistica o per lo meno apologetica, nei confronti della Chiesa, identificabile col Regno di Dio, e della quale si sottolineavano gli aspetti quantitativi e geografici, più che quelli qualitativi e profondi.
Vengono colpiti qui, oltre che la mentalità trionfalistica, anche un certo efficientismo che si basa sull’organizzazione, sulle opere, sulle istituzioni e sui programmi, più che sull’ascolto della parola di Dio, sul confronto con il Vangelo, sulla fiducia in Dio, sulla umiltà e sulla preghiera… Viene colpita una certa immagine di Chiesa in cui prevalgono le statistiche, i registri, le cerimonie.
Al posto di queste concezioni la parola di Dio suggerisce l’immagine di una Chiesa povera, che non annuncia se stessa, che non cerca se stessa, che si distacca da ogni ricchezza e si libera da ogni alleanza o compromissione con le potenze della terra (danaro, politica, potere, cultura…) perché sa che il Regno non dipende da queste cose. Dio si serve di ben altri strumenti.

 La pazienza dei collaboratori di Dio
In questo contesto di povertà e di disponibilità, il vangelo sugge­risce un altro atteggiamento: la pazienza. Se la realizzazione del Regno non dipende da me, saprò essere paziente. Se l’uomo non si converte, non lo accuserò di incomprensione e di peccato. Non per questo l’atteggiamento del cristiano si rifugia in un disim­pegnato quietismo: stiamo tranquilli e attendiamo, tanto tutto dipende da Dio! Il cristiano opera, ma con mentalità nuova, cosciente che Dio agisce in lui, ma senza legarsi al suo tempo, ai suoi desideri. Cosciente che è Dio che chiama, quando e come vuole; egli si serve di noi, ma non sappiamo in che modo, in quale occasione e verso quali persone. La vera povertà è questa: fare tutto senza attribuirci il merito di nulla; operare con tutte le nostre forze senza pretendere di vedere il raccolto. È anche una lezione di umiltà.

La preghiera prorompa da un cuore umile

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 4-6; CSEL 3, 268-270)

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. E` infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l’uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23, 23-24). E ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15, 3).
E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l’attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9, 4). E un altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2, 23).
Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in sé la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l’ascolto il Signore (cfr. 1 Sam 1, 13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4, 5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza (cfr. Bar 6, 5).
Pertanto, fratelli dilettissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l’aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.

LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura  Ez 17, 22-24
Io innalzo l’albero basso.Dal libro del profeta Ezechiele

Così dice il Signore Dio: «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele.

Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà.
Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò».

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 91/92
È bello rendere grazie al Signore.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,

annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte.

I1 giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità.

Seconda Lettura   2 Cor 5, 6-10
Sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere graditi al Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione – siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore.
Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

Canto al Vangelo   
Alleluia, alleluia.

Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna
Alleluia.

   
Vangelo
  Mc 4, 26-34
È il più piccolo di tutti i semi, ma diventa più grande di tutte le piante dell’orto.

Dal vangelo secondo Marco.
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme ger­moglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene semi­nato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.