Messa quotidiana

Santa Messa 5-2-24

SAN GIOVAN GIUSEPPE DELLA CROCE

Carlo Gaetano Calosirto nacque a Ischia il 15 agosto 1654, terzo figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo. Venne alla luce nella casa di una popolana di Ischia Ponte perché sua madre, mentre stava rientrando a casa, fu colta dalle doglie.
Di carattere mite, incline all’obbedienza, frequentò nell’isola i padri agostiniani, da cui ricevette la prima formazione umanistica e religiosa.  A quindici anni si sentì attratto dalla vita austera dei Frati Minori Scalzi della Riforma di San Pietro d’Alcántara, detti Alcantarini, dipendenti dal convento di Santa Lucia al Monte a Napoli.
Nel giugno 1670 fu accolto in quel convento. Il 23 dello stesso mese cominciò il noviziato, sotto la guida ascetica di padre Giuseppe Robles. Cambiò nome in fra Giovan Giuseppe della Croce. Il 24 giugno 1671 emise la professione religiosa.
Il 12 luglio 1674 fu inviato, il più giovane in un gruppo di undici frati, presso il santuario di Santa Maria Occorrevole a Piedimonte d’Alife, per la costruzione di un nuovo convento. Divenne sacerdote il 18 settembre 1677. Durante la sua permanenza a Piedimonte, fece costruire in una zona più nascosta del bosco un altro conventino detto “La Solitudine”, ancora oggi meta di pellegrinaggi, per poter pregare più in disparte.
A partire dal 1697, fu maestro dei novizi a Napoli e guardiano (ossia superiore) del convento di Piedimonte d’Alife. Ebbe poi lo stesso incarico a Santa Lucia al Monte e a Santa Maria Capua Vetere. Oltre a questo, si adoperò per la costruzione del convento di San Pasquale al Granatello a Portici, in provincia di Napoli.
Agli inizi del 1700 il Movimento Francescano subì una tempesta organizzativa dovuta ai forti dissensi sorti fra gli Alcantarini spagnoli e quelli italiani, circa duecento, che erano la maggioranza. Con l’approvazione pontificia, avvenne la separazione in Provincie religiose: gli spagnoli ottennero i conventi di Santa Lucia al Monte e di San Pasquale.
Padre Giovan Giuseppe, il 16 aprile 1703, fu eletto ministro provinciale degli Alcantarini italiani. Cercando di superare le difficoltà che venivano poste dai confratelli spagnoli, richiamò gli altri a una vita più rispettosa della alla Regola e riordinò gli studi.
Scaduto il suo mandato dopo tre anni, ebbe dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Francesco Pignatelli, l’incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani. Uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi di Aversa.
Il suo saio rattoppato divenne proverbiale, tanto da attribuirgli il soprannome di “frate cento pezze”. Essendo qualificato direttore di coscienze, a lui si rivolsero celebri ecclesiastici e nobili illustri. Gli furono attribuiti doni singolari, come apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino, la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori e la levitazione: fu visto passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in stato di estasi. Chiamato poi al capezzale del marchesino Gennaro Spada, gli ridiede la vita.
Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami degli Alcantarini furono riuniti. Quindi, anche il convento di Santa Lucia al Monte ritornò ai frati italiani. In quel luogo padre Giovan Giuseppe visse per altri dodici anni e morì il 5 marzo 1734. La sua tomba posta nel convento divenne centro di devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.
Beatificato da papa Pio VI il 24 maggio 1789, fu canonizzato da papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839, insieme ad altri quattro Beati: Francesco de Geronimo, Alfonso Maria de’ Liguori (entrambi l’avevano conosciuto e avevano ricevuto i suoi consigli), Pacifico di San Severino e Veronica Giuliani.
L’isola d’Ischia, che sempre l’ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio, lo onora come suo compatrono insieme a santa Restituta. La sua festa patronale cade la prima domenica di settembre. Proprio per il suo legame con Ischia, dove tornò solo due volte (una per assistere la madre malata, una per le proprie ragioni di salute), è stato richiesto che sue spoglie venissero trasferite da Santa Lucia al Monte al convento ischitano dei Frati Minori.
Così, dopo una peregrinazione temporanea nel 1985, le sue reliquie sono state definitivamente traslate il 30 settembre 2003 nella chiesa conventuale dei Frati Minori di Sant’Antonio alla Mandra, in Ischia Ponte.
A lui sono poi intitolate una cappella nel Castello Aragonese di Ischia e una chiesa parrocchiale, risalente agli anni ’80 del secolo scorso, nel borgo Tofari di Alife, di cui pure è patrono. Anche la casa dove nacque è meta di pellegrinaggi. Infine, l’Unità Pastorale di Alife porta il suo nome.

Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

 

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Dn 3, 25. 34-45
Accoglici, Signore, con il cuore contrito e con lo spirito umiliato.

Dal libro del profeta Daniele
In quei giorni, Azarìa si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco e aprendo la bocca disse:
«Non ci abbandonare fino in fondo,
per amore del tuo nome,
non infrangere la tua alleanza;
non ritirare da noi la tua misericordia,
per amore di Abramo, tuo amico,
di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo,
ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare
la loro stirpe come le stelle del cielo,
come la sabbia sulla spiaggia del mare.
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati piĂą piccoli
di qualunque altra nazione,
oggi siamo umiliati per tutta la terra
a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe
né profeta né capo né olocàusto
né sacrificio né oblazione né incenso
né luogo per presentarti le primizie
e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito
e con lo spirito umiliato,
come olocĂ usti di montoni e di tori,
come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore,
ti temiamo e cerchiamo il tuo volto,
non coprirci di vergogna.
Fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia.
Salvaci con i tuoi prodigi,
da’ gloria al tuo nome, Signore».

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 24
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltĂ  e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontĂ , Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. 

Canto al Vangelo  Gl 2,12-13 
Gloria e lode a te, o Cristo!

Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore,
perché sono misericordioso e pietoso.
Gloria e lode a te, o Cristo!

Vangelo   Mt 18, 21-35
Se non perdonerete di cuore al vostro fratello, il Padre non vi perdonerĂ .

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farĂ  con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».Â